Alcol e dipendenze: i numeri che ci riguardano.

Oltre 8 milioni di persone in Italia consumano alcol in modalità considerate a rischio. Circa 730.000 presentano consumi dannosi e necessitano di un intervento. Tra i più esposti ci sono giovani, anziani e donne. E il messaggio della prevenzione è chiaro: non esiste una quantità di alcol priva di rischi per la salute.

Il 15 ottobre 2025 è stata presentata al Parlamento la Relazione del Ministero della Salute sull’alcol, riferita ai dati epidemiologici del 2024. Un documento che offre una fotografia importante del rapporto tra la popolazione italiana e le bevande alcoliche e che invita a riflettere non soltanto sui consumi, ma anche sulle conseguenze sanitarie e sociali che possono derivarne.

Giovani: quando il rischio comincia troppo presto

Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda le nuove generazioni. Durante l’adolescenza, il consumo di alcol espone a rischi particolari, perché il corpo e il cervello sono ancora in fase di sviluppo. Per questo, nella fascia tra gli 11 e i 17 anni, qualsiasi consumo di alcol è considerato a rischio per la salute.

Il quadro diventa ancora più significativo osservando i comportamenti di consumo: tra i 16 e i 17 anni, il consumo abituale riguarda il 34,5% dei ragazzi e il 29,7% delle ragazze. Nella fascia 11-17 anni, inoltre, il 6,5% dei maschi e il 5,6% delle femmine consuma alcol lontano dai pasti; il binge drinking, cioè l’assunzione di numerose bevande alcoliche in un’unica occasione, interessa il 2,4% dei ragazzi e l’1,5% delle ragazze.

Tra i giovani adulti, la situazione non è meno importante. Nella fascia 18-24 anni, il 21% dei maschi e il 12,9% delle femmine presenta consumi classificati a rischio. Il binge drinking raggiunge il 19,9% tra i ragazzi e il 12,1% tra le ragazze.

Considerando complessivamente la fascia 11-24 anni, il rapporto stima circa 1,27 milioni di giovani con consumi a rischio.

Dietro questi dati non ci sono soltanto feste, aperitivi o occasioni di socialità. Ci sono anche rischi di intossicazione, incidenti, perdita di controllo e comportamenti impulsivi. È quindi fondamentale promuovere un’educazione che non banalizzi l’alcol e che aiuti i più giovani a riconoscere i rischi prima che un comportamento occasionale diventi un’abitudine.

Anziani: un rischio spesso sottovalutato

L’alcol non rappresenta un problema esclusivamente giovanile. Anche nella terza età può incidere in modo significativo sulla salute, soprattutto quando sono presenti patologie croniche o terapie farmacologiche.

Secondo la Relazione, nel 2024 2.439.000 persone di almeno 65 anni hanno adottato almeno un comportamento di consumo a rischio: circa 1.848.000 uomini e 591.000 donne. Il fenomeno interessa il 29,3% degli uomini anziani e il 7,5% delle donne della stessa fascia d’età.

Il rapporto evidenzia anche che il consumo quotidiano aumenta con l’età. Nel 2024 ha bevuto alcolici ogni giorno il 27,4% degli uomini adulti e il 9,8% delle donne adulte; tra gli uomini di 75 anni e oltre la percentuale arriva al 44,5%, mentre tra le donne della stessa fascia raggiunge il 15,7%.

Donne: una vulnerabilità che merita maggiore attenzione

La Relazione richiama anche la particolare vulnerabilità fisiologica delle donne agli effetti dell’alcol. In media, a parità di quantità consumata, la minore quantità di acqua corporea e le differenze nel metabolismo possono determinare una concentrazione di alcol nel sangue più elevata rispetto agli uomini.

Nel 2024, il 67,7% delle donne tra i 18 e i 49 anni ha dichiarato di aver consumato bevande alcoliche. Il dato è aumentato del 16,2% rispetto al 2014, anche se non si sono registrate variazioni statisticamente significative rispetto alla rilevazione precedente.

La questione non riguarda soltanto la quantità bevuta o la frequenza del consumo. L’alcol è associato a un aumento del rischio di diversi tumori, in particolare quello della mammella, oltre che a possibili conseguenze sulla fertilità e sulla gravidanza. Per quest’ultima, il messaggio è inequivocabile: in gravidanza la raccomandazione è alcol zero.

È importante che l’informazione raggiunga tutte le donne, senza allarmismi ma anche senza minimizzazioni. Un consumo socialmente accettato non è necessariamente privo di conseguenze, e la consapevolezza rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione.

Dal consumo dannoso alla dipendenza: quando bere diventa un problema

Il dato forse più significativo riguarda le persone per le quali il consumo di alcol è già dannoso. La Relazione stima che nel 2024, in Italia, circa 730.000 persone dai 15 anni in su abbiano presentato consumi dannosi: circa 480.000 uomini e 250.000 donne.

Il consumo dannoso è una modalità di assunzione che provoca conseguenze negative per la salute fisica o mentale. È importante distinguerlo dal disturbo da uso di alcol, una condizione nella quale la persona incontra difficoltà a controllare o interrompere il consumo nonostante le conseguenze negative sulla propria vita, sulla salute, sul lavoro o sulle relazioni.

La dipendenza non è semplicemente una questione di volontà. È una condizione complessa, che può svilupparsi gradualmente e che richiede comprensione, valutazione professionale e, quando necessario, trattamento. Non tutte le persone che bevono svilupperanno una dipendenza, ma un consumo rischioso o dannoso è un segnale che non dovrebbe essere ignorato.

I dati sui servizi sanitari mostrano quanto sia importante intercettare tempestivamente il problema. Nel 2024, 42.224 persone sono state seguite dai servizi pubblici per problemi alcol-correlati. Nello stesso anno si sono registrati 42.038 accessi al Pronto Soccorso con diagnosi attribuibili all’alcol. Si tratta di indicatori differenti, che non devono essere sommati come se riguardassero persone tutte diverse, ma che restituiscono la dimensione del problema.

Sempre nel 2024 sono state registrate 46.320 dimissioni ospedaliere con diagnosi totalmente attribuibili all’alcol. Tra queste, le patologie epatiche croniche rappresentano una componente particolarmente rilevante; sono presenti anche ricoveri per sindromi di dipendenza e per abuso di alcol.

Per la mortalità, l’ultimo anno disponibile nella Relazione è il 2022: in quell’anno sono stati registrati 1.306 decessi per patologie totalmente attribuibili all’alcol, l’82,5% dei quali riguardava uomini e il 17,5% donne. Questo dato non comprende necessariamente tutti i decessi nei quali l’alcol può aver contribuito, ma soltanto quelli ricondotti alle patologie considerate nella rilevazione.

Questi numeri dimostrano quanto sia importante superare lo stigma. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza e affrontare il problema per tempo può evitare che le conseguenze diventino più gravi. Famiglie, servizi sanitari, associazioni e comunità possono contribuire a riconoscere i segnali, offrire ascolto e facilitare l’accesso a percorsi adeguati.

Non esiste una dose sicura: il consumo migliore è zero

C’è un ultimo messaggio che merita di essere espresso senza ambiguità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità chiarisce che non esiste un livello di consumo di alcol privo di rischio per la salute. In particolare, per il rischio oncologico non è stata individuata una soglia al di sotto della quale il rischio possa essere considerato nullo.

Questo non significa che ogni persona che beve svilupperà una malattia o una dipendenza. Significa che non possiamo definire sicura una quantità di alcol soltanto perché è piccola, occasionale o socialmente accettata. Ridurre il consumo riduce il rischio; non bere è la scelta che lo evita per i danni direttamente legati all’assunzione di alcol.

Per troppo tempo il vino a tavola, la birra dopo il lavoro, l’aperitivo o il brindisi sono stati considerati gesti innocui per definizione. Ma una consuetudine culturale non è una garanzia di sicurezza sanitaria. E conoscere i rischi non significa demonizzare le persone: significa permettere loro di scegliere con maggiore consapevolezza.

La prevenzione è una responsabilità collettiva

Come associazione impegnata nella prevenzione delle dipendenze, Vita Via Est ritiene fondamentale promuovere una cultura dell’informazione, dell’ascolto e della responsabilità. I numeri della Relazione al Parlamento ci ricordano che il problema dell’alcol attraversa generazioni e contesti diversi: riguarda i giovani che devono ancora imparare a riconoscere i rischi, gli anziani esposti a fragilità specifiche, le donne che meritano informazioni mirate e tutte le persone che possono trovarsi in difficoltà con il proprio consumo.

La risposta non può essere soltanto il richiamo individuale alla prudenza. Servono prevenzione, informazione accessibile, attenzione ai segnali precoci, sostegno alle famiglie e collaborazione tra servizi e realtà del territorio.

La prevenzione comincia dalla consapevolezza. La cura comincia dall’ascolto. E il messaggio più sicuro da trasmettere è semplice: per la salute, meno alcol significa meno rischio; zero alcol significa non esporsi ai rischi direttamente legati al suo consumo.

Rispondi