C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui oggi la società occidentale — e l’Italia in particolare — sta affrontando il tema dell’alcol. Da una parte campagne sanitarie, spot istituzionali, allarmi sui binge drinking giovanili, incidenti stradali e dipendenze. Dall’altra scaffali pieni di prodotti che trasformano l’alcol in gioco, dessert, merenda, esperienza “cool”: pandori al limoncello, panettoni allo spritz, gelati al gusto di birra, oltre ai già famosi cioccolatini con creme alcoliche all’interno in vendita anche fuori dai supermercati.
Contemporaneamente, la crescita di vini dealcolati, gin analcolici, spritz 0° destinati ad imitare in tutto e per tutto il rito del “Bere”. Il risultato è evidente: non si sta più vendendo soltanto un prodotto. Si sta vendendo una cultura dell’alcol sempre più precoce, normalizzata e banalizzata.
Il paradosso normativo è che in Italia un supermercato non può vendere una bottiglia di vodka a un quindicenne. Giustamente. Ma può vendere senza problemi dessert “allo spritz”, un dolce al rum, un gelato alla birra, praline al liquore, un pandoro al limoncello ai minorenni. Perchè? Perché la legge parla di “bevande alcoliche”, non di alimenti contenenti alcol. La sostanza è la stessa — etanolo — ma cambia la categoria commerciale, e improvvisamente il problema sembra sparire. È una distinzione burocratica che ignora completamente la dimensione culturale e psicologica del consumo.
La strategia è evidente: rendere l’alcol innocuo
L’industria alimentare e quella delle bevande hanno capito una cosa fondamentale: il consumatore moderno diffida sempre di più dell’alcol esplicito, ma accetta molto più facilmente l’alcol “nascosto”, ironico, gastronomico, estetizzato.
Non si vende più il liquore. Si vende “l’esperienza”.
Non il cocktail. Ma il gusto cocktail.
Così l’alcol smette di essere percepito come sostanza psicoattiva e diventa lifestyle, intrattenimento, moda, identità sociale. È una trasformazione culturale potentissima.
Il bersaglio implicito: i più giovani
Qui emerge il nodo più inquietante. Un bambino che vede il gelato ad un gusto alcolico, il colore del mojito, il panettone allo spritz, lo “spritz zero” color arancio fluorescente, non percepisce più l’alcol come qualcosa di distante, adulto o potenzialmente rischioso.
Lo percepisce come normale, divertente, familiare, desiderabile. E quando arriva il momento del primo vero drink, quel mondo è già stato “sdoganato” mentalmente da anni.
È esattamente così che avviene la normalizzazione.
Ma la questione non è solo la quantità di alcol presente. Il vero rischio è culturale. Un ragazzo che cresce circondato da gusti “mojito”, “spritz” o “gin tonic” finisce per associare l’alcol a qualcosa di innocuo, trendy e quotidiano. Si crea familiarità prima ancora del primo bicchiere.
Anche i prodotti dealcolati o “zero alcol” contribuiscono a questa normalizzazione: imitano colori, rituali e linguaggio del bere, rendendo l’aperitivo una specie di simbolo sociale già in età molto giovane.
La società manda così un messaggio contraddittorio: da una parte condanna l’abuso di alcol, dall’altra lo trasforma in dessert, marketing e intrattenimento.
Servirebbero regole più chiare su:
- vendita ai minori, soprattutto di alimenti contenenti etanolo
- etichette visibili,
- marketing rivolto ai giovani,
- utilizzo di nomi e immagini che richiamano cocktail e superalcolici.
Perché l’alcol non diventa meno problematico solo perché viene servito dentro un gelato o nascosto in un pandoro.